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Gioacchino da Fiore

Nato a Celico nel 1130, morto a Pietrafitta il 30 Marzo 1202, è stato abate e teologo e scrittore italiano.

 

Biografia

 

Secondo il racconto di Luca Campano, suo maggior biografo, mentre ritornava dal suo eremitaggio sul Tabor e in Terra Santa, percorreva la via tracciata dal Corace per raggiungere la natale Celico. Lungo il fiume, a poca distanza dalle mura dell’abbazia di Corazzo incontrò un "Nobile Monaco" che gli commentò la parabola dei talenti accendendogli il forte desiderio di vestire il saio. Gioacchino rimase affascinato dalle parole del monaco e dalle pietre di Corazzo, tanto che, pur continuando il suo cammino verso nord, quell’abbazia penetrò nel suo cuore. Durante la sua permanenza alla Sambucina e durante le sue predicazioni successive, anelò sempre di poter entrare a Corazzo. Visitò l’abbazia e ne conobbe l’abate: Colombano, che lo prese subito sotto la sua protezione, cosi che le sue visite si fecero sempre più intense.

Gioacchino fu ordinato sacerdote dal vescovo di Catanzaro Giovanni. Non è precisabile la data di tale evento, né appare di facile lettura come fosse proprio quel vescovo visto che Corazzo si trovava in diocesi di Martirano e la Sambucina in quella di Cosenza. Forse l’ordinazione di Gioacchino avvenne proprio a Catanzaro durante qualcuno dei suoi innumerevoli viaggi. Alla morte dell’abate coracense Colombano, avvenuta nel 1176, egli fu nominato, nel 1177, nuovo abate dell’abbazia di Corazzo. Gioacchino divise i suoi impegni di abate tra viaggi per tutelare l’amministrazione dell’abbazia e per approfondire la sua vocazione di esegeta e di studioso. Si recò inizialmente a Palermo da Guglielmo II da cui ebbe vaste concessioni di terre che permisero all’abbazia di Corazzo di estendere notevolmente i suoi possedimenti e le sue ricchezze. Ma fu il silenzio della valle del Corace che stimolò le sue solitarie riflessioni per strappare alle scritture il loro segreto, meditazioni profonde che trovarono in una esperienza puramente intuitiva e visionaria il proprio fondamento e le proprie ragioni. Ma fu dal silenzio della valle del Corace che scaturì come un fuoco il suo spirito immenso che pervase i secoli e le coscienze, che intrise di sé gran parte del pensiero dei secoli a venire. Tracce e segni giochimiti sono visibili in Francesco d’Assisi, Dante Alighieri, William Yeats, Michel de Montaigne, George Sand, James Joice, e addirittura nell’ "Idealismo" filosofico di Hegel e Schelling e nel Materialismo di Marx. Così si recò a Casamari per approfondire i propri studi e per avere l’autorizzazione a scrivere dal pontefice Lucio III. Questo lasciò scritto Luca Campano in occasione della visita di Gioacchino a Casamari: Io Luca, Arcivescovo di Cosenza, nell’anno II del Pontificato di Lucio, quando ero monaco vidi per la prima volta in Casamari un uomo chiamato Gioacchino abate di Corazzo, figlia di Sambucina, figlia di Casamari, per la qual ragione ogni onore e gloria come un nipote ebbe in Casamari, ma soprattutto per il dono di sapienza e di intelligenza ricevuto dal Signore. Allora, dinnanzi al Papa e alla sua corte, egli cominciò subito a rivelare la sua preparazione nelle scritture e la sua bravura nel far concordare il nuovo con il vecchio Testamento, ricevette il permesso di scrivere e iniziò subito... A Corazzo dettava a tre amanuensi contemporaneamente: Nicola, Giovanni e Luca, le sue tre opere maggiori: "Expositio in Apocalipsym" , "Liber Concordiae novi ac veteris Testamenti", "Psalterium decem Chordarum". A Corazzo nascevano i tre plessi cardinali del pensiero gioachimita: la teoria ermeneutica, la dottrina trinitaria, l’interpretazione della storia. La teoria della concordia dei due testamenti e dei tre stati è così radicata nelle relazioni delle persone della Trinità che anche la storia ne risente nella scansione dei "tempora" e delle "aetates" incontrandosi in una triangolazione dove nessuno dei vertici può fare a meno degli altri. Gioacchino infuse la storia di trinità: età del Padre, del figlio e dello spirito santo, Dio uno e trino scendeva nei processi umani: l’opera di Gioacchino appare quindi come un’imponente teologia della storia. Ma dentro l’abbazia di Corazzo Gioacchino doveva occuparsi anche di amministrazione, di conti e, spesso, doveva dirimere liti che i monaci intentavano per questioni di confine con altri monasteri o con baroni e proprietari. A lungo andare, per un’ansia di libertà, per seguire la sua autentica vocazione, cominciò a pensare di lasciare Corazzo. Con il fido monaco Raniero di Ponza, nel 1187 s’incamminò verso l’aspro massiccio della Sila scrivendo la fine dei suoi rapporti con quell’abbazia. In realtà i suoi rapporti con Corazzo non finirono: si capovolsero! Egli fu considerato per lungo tempo dai Cistercensi di Corazzo un traditore e un fuggitivo. Solo al momento della sua morte, nel monastero di san Martino di Canale a Pietrafitta, il 30 Marzo 1202, al suo capezzale, assieme agli abati di Sambucina e di Santo Spirito di Palermo, pregava anche l’abate di Corazzo.

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